I giudici della Terza sezione della Corte d’Appello di Genova hanno ribaltato la sentenza di primo grado, per i disordini e l’irruzione alla scuola ‘Diaz’ del luglio 2001 a Genova.Tutti i vertici della Polizia che erano stati assolti hanno subito condanne comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni unitamente all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati sui 27. [continua..]
« La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale. »
(Amnesty International)
Veniamo ai fatti:
A Genova nel luglio 2001 si svolge il g8, l’incontro tra gli “8 grandi della Terra”, ovvero i capi di governo degli 8 paesi più industrializzati. Fuori centinaia di migliaia di persone manifestano per chiedere maggiori diritti e un sistema economico-sociale differente.
La polizia, i carabinieri e la guardia di finanza reprimono duramente le manifestazioni, siano esse pacifiche o più critiche. Vengono pestati a sangue giovani di ogni età, donne e disabili.
Il pomeriggio di sabato 21 luglio 2001, Perugini - allora vice capo della Digos ligure e responsabile dell’antiterrorismo - arrestò a modo suo il giovane no-global, che insieme ad altri ragazzi partecipava ad un pacifico sit-in davanti alla questura di Genova. Otto manifestanti finirono in manette nella caserma di Bolzaneto, accusati di aver lanciato pietre e bottiglie all’indirizzo degli agenti, accuse fortemente smentite dai numerosi video e immagini portati a processo.
Nel frattempo vengono usati gas lacrimogeni banditi dall’unione europea per la loro pericolosità e gli stessi vengono sparati all’altezza del volto o addirittura dagli elicotteri sui manifestanti.
Alcuni reparti della polizia utilizzano manganelli non regolamentari (spranghe coperte con il nastro adesivo nero per farle sembrare manganelli) per picchiare i manifestanti,
Oppure vengono utilizzati blindati e defender per caricare i manifestanti rischiando di investirne più di uno.
Si assiste a decine di poliziotti che massacrano giovani inermi già a terra, pestaggi indiscriminati a donne con le mani alzate, tutto questo mentre decine di giovani incappucciati, i famigerati black-block, sono liberi di fare tutto quello che vogliono a pochi metri dalla polizia.
Alcune foto recuperate in seguito mostreranno poi strani individui, agenti provocatori e infiltrati insieme ai poliziotti.
La vera storia della Diaz
Hanno fatto sessantuno feriti tra gente che dormiva, spaccando milze e teste senza pietà. Hanno manipolato le prove, come le due famose bottiglie molotov, per arrestare 93 innocenti. E ora l’inchiesta sull’assalto alla scuola Diaz, che ha portato i pm a interrogare come testimone anche Gianni De Gennaro, ci consegna questi superpoliziotti che negano l’evidenza, si contraddicono, calpestano la procedura penale e finché possono scaricano sul reparto mobile romano (ex celere) di Vincenzo Canterini. Nessuno di loro ha visto alzare un manganello. Da Canterini al prefetto Arnaldo La Barbera sono tutti entrati «dopo», «in posizione arretrata», «tra gli ultimi», «quando la situazione era ormai congelata». Ed è incredibile l’atteggiamento di un big come Gianni Luperi, numero due dell’antiterrorismo del Viminale (ex Ucigos) e al G8 responsabile della sala internazionale delle polizie. A luglio Luperi ha rifiutato di rispondere ai pm, comportamento garantito ai privati cittadini (o a Silvio Berlusconi) ma certo poco opportuno per un dirigente della polizia al quale i magistrati intendevano mostrare il filmato che lo ritrae con la busta delle molotov in mano nel cortile della Diaz. Il vicequestore aggiunto che quella busta ha portato, il 37enne Pietro Troiani, reo confesso perché inchiodato da un agente che ha ormai lasciato la ps, il «supertestimone» 34enne Michele Burgio, rifiuta a sua volta il confronto con il collega al quale dichiara di aver consegnato gli ordigni, Massimiliano Di Bernardini della squadra mobile romana (36), lo stesso funzionario che ha anche dovuto ammettere di non aver mai subito la famosa «sassaiola», pretesto ufficiale della «perquisizione» della sera del 21 luglio 2001. E ancora, il capo del Servizio centrale operativo (Sco) Franco Gratteri, uomo di punta della lotta alla mafia e pupillo di De Gennaro, fa la figura di quello che c’era ma forse dormiva: tutta colpa dei celerini, dice Gratteri, perdendo tempo solo a spiegare della squadretta da lui mandata «per errore» al Media center della scuola di fronte (computer distrutti, hard disk trafugati…) e a correggersi come può dopo la visione del filmato che lo inquadra a pochi metri da Gilberto Caldarozzi (suo vice) che confabula con Luperi con la busta in mano.
Vista l’impossibilità di individuare i singoli picchiatori (al di là dell’appartenenza o meno al nucleo romano) perché quasi tutti a volto coperto, l’incriminazione per lesioni gravi passa per l’articolo 40 secondo comma del codice penale, che punisce il poliziotto per non aver impedito un reato - criterio confortato dalla giurisprudenza ma al quale Lalla potrebbe fare argine. Del resto i circa cento indagati per lesioni sarebbero tutti già assolti se i pm non avessero scoperto la messinscena delle molotov, con la quale hanno aggiunto le ipotesi di falso ideologico e calunnia per i tredici firmatari del verbale d’arresto e gli altri funzionari presenti (diciannove in tutto).
Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza. I giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. La portavoce della Questura dichiara, in una conferenza stampa, che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostra il materiale sequestrato, ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa.
Uno degli arrestati resterà in coma per due giorni. Le immagini delle riprese mostrano muri e pavimenti sporchi di sangue. A nessuno degli arrestati viene comunicato di essere in arresto, né i reati dei quali sarebbe accusato. Molti di loro scopriranno solo in ospedale (a volte attraverso i giornali) di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio (gli arrestati però non si conoscevano tra di loro), resistenza aggravata e porto d’armi. Dei 63 feriti, tre avranno prognosi riservata: la studentessa tedesca ventottenne di archeologia Melanie Jonasch (che presentava trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche), il tedesco Karl Wolfgang Baro (che presentava trauma cranico con emorragia venosa) e il giornalista inglese Mark Covell (che presentava mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero e trauma cranico, oltre alla perdita di 16 denti, e il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video).
La sentenza
La terza sezione della Corte d’appello del tribunale di Genova ha ribaltato la sentenza di primo grado, che si era limitata a condannare la manovalanza del massacro, vale a dire gli uomini del settimo nucleo del I Reparto mobile di Roma comandati da Vincenzo Canterini, assolvendo i funzionari e vertici della polizia.
La sentenza letta ieri sera dal presidente Salvatore Sinagra assegna invece - nonostante le prescrizioni intervenute per alcuni reati - complessivamente 85 anni di carcere a 25 dei 28 imputati. Unico assolto Michele Burgio, l’assistente di polizia (autista del reparto mobile di Roma) che con le sue dichiarazioni aveva contribuito a far scoprire ai magistrati la vergognosa vicenda delle molotov portate nella scuola (e che si dimise dalla polizia). Prescritto Michelangelo Fournier, il comandante del reparto mobile di Roma che parlò in aula, durante in processo di primo grado, del blitz alla Diaz come una “macelleria messicana”. Pene aumentate, invece, per i suoi uomini: i capisquadra del reparto mobile di Roma sono stati condannati tutti per lesioni gravi a quattro anni di reclusione. Cinque anni al comandante Vincenzo Canterini, accusato anche di falso. Tre anni e nove mesi a Pietro Troiani, che materialmente portò le molotov all’interno della scuola Diaz.
Al contrario di quanto è avvenuto in primo grado la Corte d’appello di Genova ha condannato l’agente Massimo Nucera (3 anni e 8 mesi), protagonista del falso accoltellamento dentro la scuola. Condannati per falso ideologico i firmatari del verbale di arresto, tra cui l’ex capo della Digos genovese (oggi questore vicario a Torino) Spartaco Mortola.
Ma condannati sono soprattutto anche i due funzionari ai vertici (insieme al defunto Arnaldo La Barbera) della catena di comando che preparò a tavolino il massacro della Diaz, e che in questi anni, lungi dall’essere cautelativamente sospesi, sono stati promossi: Giovanni Luperi, allora capo dell’Ucigos e oggi promosso all’ex Sisde e Francesco Gratteri, allora capo dello Sco e oggi capo della Direzione Centrale Anticrimine. sono stati condannati entrambi alla pena di 4 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
Negli anni successivi al 2001 abbiamo assistito sgomenti ad una elargizione di promozioni ai dirigenti che la sentenza ha riconosciuto colpevoli infliggendo loro, anche, la condanna a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. E’ auspicabile che il ministro competente abbia oggi la decenza di infliggere ai condannati, seppur tardivamente, la sospensione dal servizio. Gesto che servirebbe, tra l’altro, a ‘risarcire’ l’opinione pubblica fuorviata dalla pioggia di promozioni ed attestati di stima per aver fatto massacrare centinaia di persone innocenti.










